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Keith Haring: gli apocalittici colori hip hop

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Renata Pompas. Dopo undici anni dall’ultima grande retrospettiva che Milano ha dedicato all’artista americano Keith Haring, il curatore Gianni Mercurio ne offre una nuova visione a Palazzo Reale, che mette a confronto le opere esposte con molte fonti di ispirazione.

La mostra Keith Haring. About Art raggruppa ed espone centodieci opere – tra quadri, tele viniliche, gouache, tavole a smalto, disegni, sculture e filmati di performance – che accolgono il visitatore immergendolo nell’universo coloratissimo e catastrofico di Keith Haring, fagocitatore di espressioni culturali e artistiche. Per esaltarne i collegamenti i curatori hanno esposto nelle sale, tra l’altro: un calco in gesso del “Combattimento di centauri e lapiti” di Michelangelo, un vaso del VI secolo che raffigura un’arpia, un rilievo di testa di medusa, una copia della lupa capitolina, due calchi della Colonna Traiana e una maschera cerimoniale etnica, ma anche opere contemporanee di Jackson Pollock, Jean Dubuffet, Marc Chagall e Paul Klee; un fil rouge che collega l’arte di tutti i tempi alla costante rielaborazione che ne fanno gli artisti in ogni epoca.

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Una vita breve e febbrile
Keith Haring nasce a Reading nel 1958 e si trasferisce piccolissimo a Kutzown (Pennsylvania), dove trascorre la sua infanzia. Dopo gli studi superiori si iscrive più volte a scuole di grafica pubblicitaria, disegno, pittura e scultura, che abbandona ben presto ma che gli offrono l’occasione di conoscere e frequentare altri artisti. A New York si inserisce nella scena artistica urbana, iniziando la sua attività nell’ambiente della street art, con graffiti che lo contraddistinguono e lo caratterizzano immediatamente. Realizza le sue prime opere con gessetti bianchi sui fondi neri dei cartelloni pubblicitari vuoti della metropolitana cittadina e nel 1980, a soli 22 anni, viene invitato a esporre alla prima mostra artistica dedicata all’underground, acquistando immediatamente una fama, dapprima locale e immediatamente dopo internazionale. Con un forte senso del marketing apre nel 1986 a New York e l’anno successivo a Tokyo: Pop Shop, un suo punto vendita in cui vende gadget e magliette, inaugurando un fiorente mercato che perdura tutt’oggi e nel 1989, già malato di AIDS, la Keith Haring Foundation con lo scopo di conservazione, diffondere e autenticare le sue opere e di fornire sussidi ai bambini bisognosi e alle persone colpite dall’AIDS. Muore nel 1990, concludendo una folgorante e brevissima carriera artistica.

Un fantasmagorico segno nero
Ciò che caratterizza e rende immediatamente riconoscibile (e facilmente imitabile) l’opera di Haring è il segno grafico, fluido, spesso, di un denso nero petrolio. Un segno esuberante e febbrile, che disegna e contorna i soggetti che animano le sue fitte composizioni, a volte contornate da irraggiamenti elettrici che ne moltiplicano l’energia cinetica. Un nero che ricorda il tratto semplificato dei cartoon, che sintetizza le forme trasformandole in appunti iconici di un linguaggio espressivo originale e unico. Haring crea un proprio alfabeto pittografico in cui umani senza volto, a volte con un televisore al posto della testa, creature ibride e mostri fantastici si pigiano brulicanti in uno spazio compresso e caratterizzato dall’horror vacui. “Moto, movimento e cambiamento” sono le parole chiave del suo procedere, famoso per la rapidità dell’esecuzione eseguita senza incertezze né ripensamenti. Un tratto morbido e giocoso per raccontare con sincero impegno sociale i mali della società contemporanea dovuti a un potere rapinoso, all’egemonia culturale dei mass-media, al razzismo, all’oppressione della religione, ai disastri ecologici e alle catastrofi nucleari. Un racconto continuo e ininterrotto che Haring ha portato in tutto il mondo, nella sua fugace vita.

Gli effervescenti colori hip hop

Haring riempie i contorni neri del disegno con colori sintetici combinati in esuberanti contrapposizioni in cui si rinforzano l’uno l’altro con esiti effervescenti: ricorrente il giallo-rosso-blu-verde primari, come nel ciclo dei Dieci comandamenti realizzato nel 1985 ed esposto nella chiesa sconsacrata di San Francesco a Udine nel 2012, tra molte polemiche. Colori violenti ed energici, come i turchese, i magenta, i porpora, gli arancioni, i verde-prato, i viola, i lilla e i rosa shocking; sempre contrapposti per contrasto, ciascuno contornato di nero e reso autonomo nella sua espressione. Coloriture sempre piatte, a-prospettiche, talora omogenee e talora puntinate, arabescate, dinamizzate da irraggiamenti e segni di movimento. Composizioni cromatiche chiassose, brillanti, intense e fantasmagoriche, in cui il colore abbaglia e sembra retro-illuminato. Haring colora con inchiostri, colori ad olio, acrilici, pittura vinilica, matite colorate, pennarelli, vernici, smalti, pitture poliuretaniche, spray e vernice fluorescente, su carta, tela, alluminio, legno, pelle, tela vinilica, cartoncino, truciolato e… pareti.
In Italia, oltre alle frequenti mostre, è da ricordare il murales permanente Tuttomondo, dipinto nel 1989 sulla parete esterna della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate, a Pisa, che vuole simboleggiare la pace e l’armonia del mondo.

Sono le considerazioni stesse di Haring che ci permettono di penetrare e comprendere meglio il suo alfabeto segnico e cromatico, come quando nel 1986 scrisse a Timoty Leary, sostenitore dell’aumento degli stati di coscienza tramite l’uso de LSD: “Il disegno che feci nel mio primo viaggio divenne il seme di tutto il lavoro che seguì e che adesso si è sviluppato in una completa visione estetica del mondo e in un sistema di lavoro”. E più avanti: “La sfida è quella di essere in uno stato mentale aperto alla spontaneità e alla casualità, mantenendo al tempo stesso una consapevolezza che permetta di formare e controllare l’immagine. Sfida vinta, Keith!

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