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Misteriosa Donna Con Poteri Straordinari Molto Antichi

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Per oltre vent’anni (1490-1468), sull’Egitto regnerà una donna: Hatshepsut. Non è la prima donna faraone; era già accaduto una prima volta durante l’Antico Regno e una seconda durante il Medio Regno. Ma le due precedenti donne faraone avevano regnato in periodi di crisi, che erano seguiti a epoche splendide. Hatshepsut, invece, è a capo di un Egitto ricco e potente.

Hatshepsut

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Intelligente, abile, dotata di capacità amministrative probabilmente eccezionali e di uno spiccato senso politico, Hatshepsut era una delle due figlie di un grande monarca, Thutmosi I (1506- 1494). Fu lui a formare la figlia all’esercizio del potere. Hatshepsut gli testimoniò del resto un profondo affetto, tenendolo sempre come modello. Thutmosi I, che mantenne fermamente la Nubia sotto il giogo egizio, condusse un’importante spedizione militare in Asia.

Accompagnato da un ufficiale famoso per la lunghissima carriera, Ahmes figlio di Abana, il re si avventurò nel territorio del Naharina, a est dell’Eufrate, dove erano insediati gli abitanti del Mitanni. Dopo averli sconfitti, egli commemorò questa grande impresa facendo erigere una stele di confine sulle sponde dell’Eufrate.

Thutmosi III, il grande conquistatore, la ritroverà intatta una cinquantina d’anni dopo, quando arriverà in quel luogo con il suo esercito. Sulla via del ritorno, il re si rilassa e organizza una caccia all’elefante in Siria. A corte, conferisce l’ultima decorazione militare ad Ahmes figlio di Abana, che aveva ricevuto per ben sette volte l’oro dei valorosi: la prima volta che era stato decorato, gli hyksos occupavano ancora l’Egitto! L’anziano soldato, ammirato da tutti, non ripartirà più per la guerra, deciso a godersi il meritato riposo.

A Thutmosi I si deve anche l’apertura di un grande cantiere a Karnak. Il maestro d’arte meni diresse i lavori in questa località, dove avrebbero gareggiato in genialità tutti i migliori architetti del Nuovo Regno. Hatshepsut ereditò il carattere energico del padre. Sposò il figlio che questi ebbe da una concubina, Thutmosi II, il cui regno fu piuttosto breve (1493-1490). Durante il suo primo anno di governo, scoppia una rivolta in Nubia. Il faraone si infuria quando gli viene comunicato che alcuni predoni hanno rubato del bestiame e che certe tribù hanno osato attaccare diverse fortezze. La sua collera è terribile. Egli risale il Nilo con l’esercito e stermina i ribelli. Solo uno di loro viene risparmiato: il figlio di un capo che, portato prigioniero a Tebe, acclama i soldati vincitori. Ma non appena il Sud si calma, scoppiano disordini in Siro-Palestina: Thutmosi II interviene prontamente. Il giovane re, la cui carriera sembrava promettere bene, muore prematuramente. La sua morte mette l’Egitto in una situazione difficile. Thutmosi II lascia due figlie e un figlio, il futuro Thutmosi III. Ma questi è ancora un bambino, non in grado di assolvere al gravoso compito cui è destinato. Prende quindi la reggenza Hatshepsut: «figlia del re, sorella del re, sposa di dio, grande sposa reale», ella governerà il paese secondo la volontà del nipote, come afferma lei stessa. Ma questo esercizio del potere in modo larvato non si confà alla mentalità egizia.

Hatshepsut si decide quindi a essere re. E si sottolinea la parola «re» e non «regina», in quanto Hatshepsut assumerà caratteristiche maschili che faranno di lei un faraone come gli altri. La mutazione avviene per tappe. All’inizio, pur essendo rappresentata con attributi femminili, ella si afferma come faraone. Poi adotta il costume maschile, il protocollo dei re, sopprime la desinenza femminile nei suoi nomi e nei suoi titoli e porta la barba posticcia e la doppia corona. Due anni dopo la morte di Thutmosis II, Hatshepsut agisce già in qualità di capo dello Stato. Essa si preoccupa di legittimare il proprio potere, spiegando che suo padre, l’amato Thutmosi I, l’ha scelta come regina. I testi affermano che Hatshepsut, figlia del dio Amon, che si faceva garante della sua presa di potere, diresse gli affari dello Stato secondo i propri piani. Il paese si inchinò davanti a lei. Ella era il cavo che alava il Basso Egitto, il palo al quale si ormeggiava l’Alto Egitto, il timone del Delta. Tali immagini, prese dal gergo marinaresco, ricordano l’espressione «la nave dello Stato», di cui Hatshepsut orientò effettivamente la rotta. Grazie ai suoi eccellenti ordini, le Due Terre vissero in pace.

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Hatshepsut era una donna molto attraente. Uno dei suoi ritratti più belli è costituito da una sfinge dalla testa umana esposta al Metropolitan Museum of Art di New York. I tratti del viso sono delicati e volitivi al tempo stesso. La mummia di Hatshepsut, che ne ha conservato i lunghi capelli, è una delle più commoventi. Nonostante la maschera della morte, si intuisce una forte personalità, un’energia potente unita al fascino di una femminilità radiosa. Grazie all’opera dei suoi predecessori, Hatshepsut vive un’epoca di pace. Ne approfitta quindi per dedicarsi alla gestione economica del paese e soprattutto a un’intensa attività architettonica. Seduta sul trono, nel suo palazzo, la regina faraone pensa al suo creatore Amon. Il suo cuore le comanda di erigere due obelischi in onore del dio; e la sua mente si mette subito in moto, immaginando già lo stupore degli uomini quando vedranno quei monumenti. Hatshepsut è cosciente della propria impresa, che renderà eterno il suo nome. La regina fece effettivamente erigere quattro obelischi a Karnak, dove intraprese diverse costruzioni, fra cui una sala per la barca sacra interamente circondata da cappelle. Se della sua attività nel Nord del paese si sa ancora poco, è invece certo che costruì a Buhen, in Nubia, un tempio dedicato a Horo, un edificio caratterizzato dalle colonne scanalate, simili a quelle di stile dorico e la cui pianta verrà adottata per i templi greci un millennio dopo. Ma il capolavoro della regina, il tempio che permette di «leggere» il suo regno attraverso i rilievi, è Deir el Bahari, costruito nella regione tebana in una località consacrata alla dea Hathor.

Hatshepsut era una donna molto attraente. Uno dei suoi ritratti più belli è costituito da una sfinge dalla testa umana esposta al Metropolitan Museum of Art di New York. I tratti del viso sono delicati e volitivi al tempo stesso. La mummia di Hatshepsut, che ne ha conservato i lunghi capelli, è una delle più commoventi. Nonostante la maschera della morte, si intuisce una forte personalità, un’energia potente unita al fascino di una femminilità radiosa. Grazie all’opera dei suoi predecessori, Hatshepsut vive un’epoca di pace. Ne approfitta quindi per dedicarsi alla gestione economica del paese e soprattutto a un’intensa attività architettonica. Seduta sul trono, nel suo palazzo, la regina faraone pensa al suo creatore Amon. Il suo cuore le comanda di erigere due obelischi in onore del dio; e la sua mente si mette subito in moto, immaginando già lo stupore degli uomini quando vedranno quei monumenti. Hatshepsut è cosciente della propria impresa, che renderà eterno il suo nome. La regina fece effettivamente erigere quattro obelischi a Karnak, dove intraprese diverse costruzioni, fra cui una sala per la barca sacra interamente circondata da cappelle. Se della sua attività nel Nord del paese si sa ancora poco, è invece certo che costruì a Buhen, in Nubia, un tempio dedicato a Horo, un edificio caratterizzato dalle colonne scanalate, simili a quelle di stile dorico e la cui pianta verrà adottata per i templi greci un millennio dopo. Ma il capolavoro della regina, il tempio che permette di «leggere» il suo regno attraverso i rilievi, è Deir el Bahari, costruito nella regione tebana in una località consacrata alla dea Hathor.

Hatshepsut, dopo essere stata presentata agli dei del Nord e del Sud, viaggia per tutto l’Egitto. Si fa riconoscere come faraone dalle divinità locali e dai loro sacerdoti, compiendo una sorta di pellegrinaggio politico-religioso. Ed ecco giunto il momento di procedere all’incoronazione nella capitale. Hatshepsut viene condotta al cospetto di suo padre, Thutmosi I, seduto sul trono. Egli presenta la figlia, il cui nome significa «la prima fra i nobili», come suo successore. Sarà lei, ormai, a dare gli ordini. E tutti dovranno ascoltare la sua parola, unendosi sotto il suo comando. Gli dei la proteggono con la magia. I grandi dignitari d’Egitto ascoltano il discorso del re e ne gioiscono. Sono convinti che Hatshepsut saprà ascoltare la voce degli egizi come aveva fatto suo padre. Nella scena finale, la regina riceve le corone dell’Alto e del Basso Egitto. Facciamo notare che alcuni cartigli di Hatshepsut sono stati danneggiati e che la rappresentazione del rito di incoronazione è molto rovinata. Si è voluto vedere in ciò un atto di vendetta di Thutmosi III; ma, se si accetta questa interpretazione, come si spiega il fatto che egli non abbia toccato altri cartigli e non abbia distrutto l’insieme delle rappresentazioni?

L’avventura di Hatshepsut sarebbe stata impossibile senza l’appoggio dei sacerdoti di Amon che, paradossalmente, avevano designato come re Thutmosi III. Ella trovò un fedele alleato nella persona del gran sacerdote Hapuseneb, la cui influenza politica era considerevole. Fu lui a favorire la creazione del mito della nascita divina e a giustificare teologicarnente la legittimità di Hatshepsut. Nominato capo dei sacerdoti del Sud e del Nord, Hapuseneb dirigeva tutti i culti e, attraverso l’oracolo, di cui aveva il totale controllo, faceva conoscere la volontà di Amon. Hatshepsutt gli affiderà anche la carica di visir, ponendolo in tal modo a capo dello Stato. Sempre sulla stessa terrazza intermedia del tempio di Deir el Bahari, il portico di Punt narra gli episodi di una spedizione commerciale che venne considerata da Hatshepsut come uno dei grandi momenti del suo pacifico regno durante il quale la politica interventistica dei faraoni della XVIII dinastia conobbe un momento di tregua. Eppure la regina dà un’immagine di sé piuttosto sorprendente: sovrana della luce, è stata lei a mettere fine al caos del Secondo periodo intermedio. Ella si vanta di avere restaurato i monumenti danneggiati al tempo in cui gli asiatici occupavano Avari e i predoni taglieggiavano le province del Nord, agendo nell’ignoranza del dio Ra. Ancora una volta, Hatshepsut insiste sulla sua legittimità. Il caos è cessato perché lei è faraone. La sua politica estera fu certamente troppo debole. In Asia le popolazioni non erano meno turbolente di prima e il non interventismo egizio servì solo a incoraggiare i progetti di rivolta. Quando Thutmosi III prenderà il potere, troverà una situazione piuttosto esplosiva, di cui in parte è responsabile Hatshepsut.

La regina si era dedicata innanzi tutto a intrattenere rapporti commerciali con l’estero. E il viaggio a Punt segna l’apogeo ditale politica. Il paese di Punt, la cui localizzazione esatta è ancora oggetto di controversie (molto probabilmente, doveva trovarsi nei pressi della costa somala, vicino all’Eritrea), fu visitato dagli egizi fin dall’Antico Regno. I due paesi sembra abbiano goduto di una buona intesa. Fu Amon di Tebe a ispirare ad Hatshepsut, la sua protetta, l’idea di una spedizione straordinaria nel paese dell’incenso, di cui i sacerdoti facevano largo uso durante i riti. La flotta egizia è composta da cinque grandi navi, con trenta rematori ciascuna. Quando giungono alla meravigliosa terra di Punt, resa ulteriormente bella dalla leggenda, esse gettano l’ancora in acque ricche di pesci. Un’imbarcazione carica di vettovaglie si dispone a raggiungere la riva. I marinai del faraone scaricano numerosi doni, mentre il capo della spedizione, protetto da una scorta militare, saluta il re e la regina di Punt. Quest’ultima è deforme: soffre di una forte elefantiasi. Vengono distribuite perle, collane e armi. I notabili di Punt si inchinano e rendono omaggio ad Amon-Ra. Gli egizi ammirano l’incantevole flora tropicale. Gli indigeni vivono in mezzo alle palme, in capanne rotonde alle quali si accede tramite scale e indossano gli stessi vestiti che si usavano al tempo di Cheope: in questa regione, infatti, la moda non è cambiata e si portano ancora i capelli intrecciati e le barbe tagliate a punta. Gli affari si concludono in perfetta armonia. Viene piantata una tenda per l’inviato del re e i dignitari egizi. Si intavolano discussioni. Gli egizi torneranno a casa con legno d’ebano, oro, incenso, zanne d’elefante, scimmie, pelli di leopardo e di altre bestie feroci. Essi trattano con particolare riguardo gli alberi dell’incenso, avvolgendone le radici in stuoie. Del carico si occupano esclusivamente i marinai egizi, i quali non permettono che gli abitanti di Punt salgano a bordo. La fine delle trattative commerciali viene festeggiata con un allegro banchetto in cui abbondano pane, carne, frutta, vino e birra. I testi ufficiali non parlano di baratto, ma di un tributo versato da Punt ad Hatshepsut. La spedizione, del resto, non è a scopo esclusivamente profano: vuole essere anche un omaggio ad Hathor, sovrana di Punt. La regina fa infatti erigere sulle sue coste una statua che la raffigura insieme al dio Amon. Durante il viaggio di ritorno, alcune scimmie giocherellone si arrampicano lungo le funi. Esse venivano lasciate in libertà perché erano destinate a diventare gli animali domestici dei nobili. L’arrivo a Tebe è trionfale e ricorda l’accoglienza riservata ai marinai del re Sahura, durante l’Antico Regno. In piedi sulle navi, alle quali sono stati abbassati gli alberi, imbrogliate le vele e sollevati i remi, i marinai acclamano il faraone con le braccia alzate. Facciamo notare che le imbarcazioni erano protette con simboli magici: a prua e a poppa erano infatti rappresentati la «chiave della vita», il segno ankh e l’«occhio di Horo». La regina presiede alla cerimonia d’accoglienza nei giardini del tempio di Deir el Bahari, dove vengono piantati gli alberi dell’incenso. Si misura l’incenso fresco, si pesano l’oro e gli altri metalli. Hatshepsut in persona si fa garante dell’esattezza delle pesate. Durante la bella festa della valle, Amon visitava i templi della necropoli tebana. Arrivando a Deir el Bahari, il dio si rallegra che l’incenso offertogli sia fresco e puro: per questo motivo ha ordinato che si facesse una spedizione a Punt. Il suo cuore prova in ciò un immenso piacere e cielo e terra vengono inondati di incenso.

Dirigiamoci adesso verso la terrazza superiore. Il portico esterno è gravemente danneggiato; lì si trovavano colossi mummiformi con il volto della regina. Un portale di granito rosa immette nel cortile. Questa parte segreta del tempio era consacrata al culto di Amon, di Ra e di Hatshepsut divinizzata. Il santuario principale è situato sullo stesso asse del tempio. L’immagine di Hatshepsut in alcuni casi è stata sostituita con quella di Thutmosi III, ma non dappertutto. In questo luogo due famiglie associano la loro fama alle grazie divine: da una parte Hatshepsut e i suoi genitori, dall’altra Thutmosi III e suo padre.

Purtroppo, anche la cappella funeraria di Hatshepsut è assai rovinata. Vi erano rappresentate la navigazione della barca solare durante le ore del giorno e durante quelle della notte e alcune scene di offerta di animali, stoffe e fiori. Hatshepsut disponeva anche di quanto era necessario alla sua sopravvivenza. In fondo alla cappella, la stele di culto era l’elemento sacro per eccellenza, che permetteva allo spirito della regina di vivere in eterno. In un’altra cappella della terrazza superiore, dedicata al culto di Thutmosi I, ci aspetta una straordinaria sorpresa. Su una delle pareti un uomo si è fatto rappresentare in ginocchio, in atto d’adorazione. Viene precisto il suo nome: Senmut. Senmut è il geniale architetto che ha progettato il tempio di Deir el Bahari. Lui, che non era di stirpe regale ha avuto l’audacia — o il permesso — di tramandare in tal modo il ricordo di sé. Senmut è rappresentato anche in un altro punto dell’edificio, mentre prega Hathor. Di origini modeste, egli fece una carriera rapida, ricoprendo almeno una ventina di funzioni diverse. Incaricato della gestione di una parte del grande tempio di Karnak, secondo profeta di Amon, fu anche precettore della principessa ereditaria e capo del consiglio privato di Hatshepsut. Alcune statue lo mostrano mentre tiene avvolta nel suo mantello la figlia della regina.

Il nome di Senmut scompare dalle iscrizioni dopo il sedicesimo anno del regno di Hatshepsut. Alcuni studiosi, ritenendo che l’architetto fosse l’amante della regina, ipotizzano che sia poi caduto in disgrazia. Ma la verità è forse un’altra: è probabile che il costruttore di Deir el Bahari fosse morto. Non lontano dal tempio, vicino a una cava, era stata infatti preparata una tomba per Senmut. La sepoltura era situata sotto l’angolo nordorientale della terrazza inferiore del tempio: Senmut desiderava riposare sotto il suo capolavoro e rimanere accanto alla sua sovrana per l’eternità. Ma egli non venne sepolto lì, per ragioni che ci rimangono ignote.

Come finì l’avventura di Hatshepsut, donna eccezionale, la più grande regina d’Egitto? Non 1 sappiamo con certezza. Si è spesso scritto che il giovane Thutmosi III, salito al trono dopo la morte della zia, la odiasse e che per questo abbia fatto distruggere il suo nome sui monumenti, per cancellarne il ricordo dalla storia. Tali affermazioni vanno però attenuate. Thutmosi III non diede infatti ordine di radere al suolo il tempio di Deir el Bahari, che era il simbolo più puro del regno di Hatshepsut. Il suo pseudo-odio, inoltre sembra essersi scatenato molto tardi, una quindicina di anni dopo la morte della regina. Se è vero che tali distruzioni e le mutilazioni con valore simbolico di certe statue mirano a ricollegare il regno di Thutmosi III a quello di Thutmosi II, la distruzione del nome o dell’immagine di Hatshepsut è lungi dall’essere sistematica. Thutmosi III, infatti, tiene più a legittimare il proprio potere che a cancellare il ricordo del regno di Hatshepsut.

E certo che Hatshepsut e Thutmosi III possedevano entrambi una personalità molto forte. La storia, nel loro caso, si è perfettamente organizzata per lasciarli esprimere entrambi. Quando Hatshepsut morì, il nuovo faraone non era più un bambino. Spinto dal desiderio di dimostrare il proprio valore e la propria competenza, egli sarebbe diventato il più grande genio militare dell’antico Egitto. La tomba di Hatshepsut è stata ritrovata. Profonda oltre cento metri sotto terra, priva di testi e di decorazioni, è stata la prima tomba a essere scavata nella Valle delle Regine. Essa conteneva i sarcofagi di Hatshepsut e di suo padre Thutmosi I. Ma Hatshepsut, una volta diventata faraone, si era fatta scavare un’altra tomba nella Valle dei Re. Ditale sepoltura si occupò Hapuseneb, gran sacerdote di Amon. L’asse principale di questa «dimora eterna» era orientato in direzione del tempio di Deir el Bahari, collegando così idealmente i monumenti più importanti della regina faraone. Al padre di Hatshepsut si deve un’iniziativa fondamentale: la scelta della Valle dei Re come sede delle dimore eterne dei faraoni. Questa valle, uno uadi selvaggio e desertico a ovest di Tebe, è dominata da una cima, una sorta di grande piramide naturale: e infatti alcuni studiosi si chiedono se non sia stata intagliata apposta dalla mano dell’uomo affinché assomigliasse alle piramidi degli antichi re e servisse da protezione ai faraoni sepolti sotto di lei. L’accesso alla Valle dei Re, disseminata di fortini, non era consentito ai profani. Le tombe venivano scavate da artigiani iniziati e l’ingresso nelle tombe era vietato. Nei periodi di disordini sociali, questo luogo magico catturerà l’attenzione di ladri e predoni, intenzionati a impossessarsi dell’oro dei monarchi. I costruttori delle tombe reali vivevano a Deir el Medina, in un luogo chiamato «il posto della verità», «il posto dell’armonia». Questi uomini, che non furono mai molto numerosi (da trenta a cinquanta circa), dipendevano direttamente dal re in persona e dal visir. La loro presenza è chiaramente attestata per la XIX e la XX dinastia, ma la comunità che formavano fu certamente operativa fin dalla XVIII dinastia. Questa confraternita costituiva un collegio iniziatico la cui regola di vita presenta affinità con quella di altre comunità di costruttori. Regno felice, anni di pace e di serenità, bellezza di una civiltà incarnata dal tempio di Deir el Bahari: il bilancio dell’opera compiuta da Hatshepsut è più che positivo. Ma già, in lontananza, rimbomba l’eco delle armi. L’ora di Thutmosi III è arrivata.

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