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Tra xenofobìa e filoxenìa

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Chiunque abbia a che fare con una lingua straniera, sa bene cosa significhi doversi a volte confrontare con parole che paiono “intraducibili” e che, per essere adeguatamente abbracciate nella loro complessità, richiederebbero uno studio attento di tutto il lessico di tale lingua, oltre che un adeguato approfondimento nel campo della linguistica comparata. Ci sono termini così pregni di senso da portarsi dentro interi mondi e intere civiltà, e con loro le infinite trasformazioni cui la storia di quei mondi e di quelle civiltà li ha inevitabilmente costretti; passaggi epocali che diventa quasi oltraggioso pensare di riuscire ad esprimere fedelmente ricorrendo ad un’unica, semplice, scarna parola appartenente ad un linguaggio diverso da quello di partenza. D’altro canto, proprio in questo risiedono la meraviglia e la difficoltà di qualunque opera di traduzione (che etimologicamente rinvia proprio all’atto di “trasferire”, di “trasportare”, quasi di “traghettare da una parte all’altra”).

Nel greco antico, uno di questi nodi è rappresentato dalla radice phil– e dalla vastissima gamma di nomi, aggettivi e verbi cui essa ha dato vita; prosa e poesia sono ricchissime di termini come philosphilia e philein, che per consuetudine e comodità si tende a ricondurre alla sfera semantica dell’affetto e dell’amore. Del resto, anche in italiano tale radice si è conservata – in qualità di primo o secondo elemento – all’interno di una serie di composti che descrivono una condizione di predilezione e di familiarità nei confronti di un determinato oggetto (come nel caso di “filo-sofia”, “filo-logia” e “fil-antropia”), o che dicono piuttosto un’attrazione spinta fino ai limiti dell’attaccamento morboso e della fissazione maniacale (ed è il caso di “pedo-filia”).

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In realtà, gli studiosi hanno riconosciuto nel suffisso in questione una ricchezza linguistica pressoché unica nell’ambito delle lingue di derivazione indoeuropea. Innanzitutto, indipendentemente dai vincoli strettamente personali tra parenti e/o amici, esso ha sempre descritto un’insospettabile molteplicità di legami, collocabili nei più diversi ambiti e contesti, oltre che nelle più diverse epoche: dalla solidarietà cameratesca tra soldati sul campo di battaglia alla coesione di casta delle élite aristocratiche di tradizione omerica, dalle embrionali forme di aggregazione politica confluite un po’ più tardi nell’esperienza delle eterìe all’associazionismo di stampo religioso/culturale di congregazioni tipicamente femminili come il tìaso di saffica memoria. Commilitoni, membri dei più rispettabili clan, cittadini, giovani educande…tutti indistintamente e regolarmente citati quali philoi e philai, perché per tutti ad essere messa in risalto era l’appartenenza ad un gruppo di riferimento a prescindere dalla sfera prettamente emozionale o da un qualunque possibile coinvolgimento emotivo, era l’idea stessa del trovarsi “implicati” in quella variegata rete di rapporti che la vita sociale di ogni individuo inevitabilmente tesse.

Ma non è ancora tutto, perché l’aspetto più sorprendente di questo viaggio a ritroso nel tempo è che questa originaria nozione di tipo relazionale (che racchiude in sé i concetti di coesione e di solidarietà) abbia avuto inizialmente una corrispondenza privilegiata con un gruppo di voci specificamente connesse al principio di alterità, ossia all’essere “altro”, strano perché inusitato, sorprendente perché insolito.

Nel suo Vocabolario delle istituzioni indoeuropee, il linguista Emile Benveniste riconduce l’aggettivo philosal comportamento che ogni membro di una comunità era obbligatoriamente tenuto ad attuare nei confronti dello xenos, dell’ospite straniero, o meglio dello “straniero” in quanto “ospite”, oggetto di quella pratica istituzionale della xenìa che aveva da sempre innervato l’intera società greca fin dai tempi più remoti e che sotto l’egida di Zeus Xenios imponeva di garantire accoglienza e protezione a chiunque, privo di mezzi di sussistenza e di diritti, varcasse i confini di una terra che non fosse la propria. Non solo; l’aspetto ancor più interessante era l’assoluta e incondizionata reciprocità che i contraenti di un tale patto si promettevano l’un l’altro anche per le generazioni future; ciascuno assumeva il titolo di philos che ha finito così per colorarsi indifferentemente tanto della connotazione attiva di chi offriva ospitalità quanto di quella passiva di chi la riceveva, stretto in un legame perfettamente speculare in attesa di un tempo a venire in cui forse i ruoli si sarebbero potuti e dovuti invertire.

Non sarà difficile comprendere, allora, come a partire da questa prassi, la denominazione philotes(linguisticamente meno recente dell’astratto philia di epoca post-omerica) sia gradualmente passata a definire tutta un’altra serie di accordi e convenzioni, allo stesso modo consacrati dallo scambio di solenni giuramenti e sacrifici, allo stesso modo vincolanti alla mutua e inderogabile prestazione di consenso, fiducia, sostegno: di philotes si parlava nel caso di una sospensione temporanea delle ostilità sul campo di battaglia al calar della notte, philotes era il negoziato che dava accesso a nuove vie commerciali o sanciva l’acquisizione di un territorio per la fondazione di una colonia, o ancora il trattato stipulato tra due re, due città, due entità statali diverse. Ancor meno difficile sarà riconoscere nel contratto matrimoniale che univa due famiglie l’ambito che più facilmente ha favorito l’insorgere di quell’attitudine sentimentale che a lungo andare è arrivata inevitabilmente a travalicare l’aspetto istituzionale del legame sponsale e a condizionare il successivo impiego dell’intero repertorio lessicale in questione.

Quali spunti è possibile trarre da questo breve percorso? Da un lato, che la storia delle lingue non nega l’ambivalenza intrinsecamente connaturata alla figura dello straniero, latore di un inedito modus vivendi e, dunque, per questo potenzialmente minaccioso. Stringendo vincoli tra soggetti appartenenti a comunità dislocate da un lato all’altro dell’Egeo e facilitando così la circolazione delle informazioni, di fatto l’istituto della xenìa tentava di rispondere in maniera strategica alla precisa esigenza di regolamentare i rapporti interpersonali e interstatali in un momento in cui la legislazione in materia di diritto internazionale era ancora del tutto inadeguata.

Dall’altro, che quella stessa storia sembra mettere in guardia dal ritenere che nello straniero si debba necessariamente annidare un “nemico”. Il termine xenos non ha mai assunto accezioni negative, neppure quando in epoca storica ha smesso di essere interpretato come “ospite” per passare ad individuare semplicemente “colui che non era nato sullo stesso territorio”. Neppure il latino hostis ha mai definito in senso assoluto il forestiero in sé, bensì quello che – arrivato da altrove – veniva accolto in una condizione paritaria rispetto ai membri della primitiva società romana, godendone i diritti e impegnandosi al contraccambio delle concessioni ricevute; e anche quando, con il successivo diffondersi di un più severo criterio di inclusione/esclusione rispetto alla civitas ufficialmente costituitasi come nazione, si è per un verso irrigidito fino a diventare il nome del “nemico esterno” con cui era inevitabile instaurare un rapporto di “ostilità”, per un altro ha curiosamente dato vita al nuovo hosti-potis (poi diffusosi nella forma semplificata hospes) continuando a tenere viva la propria originaria attinenza con la figura dell’“estraneo” di fronte al quale aprirsi piuttosto ad una relazione di “ospitalità”.

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