CARAVAGGIO : ..LA STRANA FIGURA DENTRO UN QUADRO

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La presenza vibrante di un angelo che si rivela, grazie ai principi del restauro virtuale al di là della finestra diafana della Vocazione di San Matteo del Caravaggio apre una straordinaria prospettiva per nuovi approfondimenti critici relativi al maestro lombardo.




 

LA Institute for Technologies Applied to Cultural Heritage (ITABC), Technologies Applied to Cultural Heritage, ha notato, inizialmente, osservando il quadro, i volumi di una figura antropomorfa, velata dal colore lattiginoso della finestra dipinta dall’artista. Ha quindi sottoposto il rettangolo della finestra stessa a una non distorsiva verifica di rilievo, accrescendo, il contrasto del dipinto e lavorando sul reperto con altre verifiche.
Il risultato è stato questo:




L’autrice ha inoltre ricordato la collocazione del dipinto nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, all’interno del ciclo tripartito del Caravaggio: La Vocazione di san Matteo, appunto (1599-1600, alla nostra sinistra, guardando la cappella), San Matteo e l’Angelo (1602, al centro) e Il Martirio di san Matteo (1600-1601, alla nostra destra).




L’angelo di “filigrana” è inserito nel punto sovrastante la figura di Cristo e lo sguardo della creatura celeste è interrelato alla mano del Signore, come la studiosa mostra nella tavola successiva.
Cristo e l’Angelo come chiamata

Cristo chiama a sé il futuro discepolo e in questa “vocazione” – intesa nel senso letterale di chiamata – si svela il progetto divino nei confronti del peccatore, che sarà redento e diventerà uno dei quattro evangelisti. Il primo, in ordine di tempo.




 Annota infatti Ireneo: “«Così Matteo scrisse nella lingua degli Ebrei il primo vangelo, al tempo in cui Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e vi fondarono la Chiesa. Dopo la partenza di questi ultimi, Marco, discepolo e interprete di Pietro, mise per scritto quello che Pietro predicava. Dal canto suo Luca, il compagno di Paolo, consegnava in un libro il vangelo che il suo maestro predicava. Poi Giovanni, il discepolo del Signore, quello che si era addormentato sul suo petto, pubblicò anche lui un vangelo quando si trovava a Efeso in Asia»

 

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Lasciamo i fondamentali rilievi della ricercatrice per sviluppare, in modo autonomo, una verifica che porta allo stesso risultato ottenuto da Nadia Scardeoni, il quale non solo è solo compatibile con le esigenze narrative del maestro, ma è connaturato profondamente al percorso formativo compiuto dall’artista a Milano, in un tessuto artistico ancora permeato dal leonardismo, ma aperto, in modo progressivo, alla pittura veneta, soprattutto d’area bresciana e bergamasca e al rinnovamento del secondo Manierismo.

Un ambiente, in cui i Barnabiti, protetti da San Carlo Borromeo e, successivamente da Costanza Sforza Colonna, nume titolare del Caravaggio, svolgono profonde ricerche nell’ambito del sostrato teologico dei dipinti, caratterizzati, in superficie, dalla rappresentazione della realtà, ma densi di un significato interrelato tra persone e cose.



 

Questa osservazione incrociata permette di escludere che l’angelo rilevato da Nadia Scardeoni sia il semplice riaffiorare di un’immagine cancellata dal maestro, nel corso di un ripensamento. Caravaggio è un pittore saldissimo e non avrebbe mai lasciato trasparire contenuti non voluti e la qualità tecnica della sua pittura non conosce, generalmente, cedimenti, anche nel tempo.




L’intervento si configura, pertanto, come una scelta figurativa ben precisa di “realtà velata”, d’annuncio e di alito divino appena all’esterno di un ambiente claustrofobico. Uno strumento linguistico che consente all’artista di porre sulla finestra il sigillo dell’Angelo di San Matteo, riconoscibile in una taverna all’apparenza anonima e senza storia.

Il simbolo di Matteo è un angelo, come un’aquila indica Giovanni, un toro indica Luca, un leone indica Marco. L’angelo ha una funzione segnalatrice che viene velata dal panno o dal vetro, ma insiste dietro ad essi come un’ombra compressa e attiva, sia sotto il profilo visivo che semantico. Accanto a questo piano simbolico l’Angelo ha la funzione visiva di spezzare il muro incombente della stanza del peccato e di aprire, letteralmente, una prospettiva, insinuando, nella stanza l’idea di una fuga, di aria pura, del superamento di una situazione negativa, attraverso il rivelarsi di una presenza viva, ma non invasiva, sul muro.




L’Angelo alla finestra, pur se velato, doveva avere anche la funzione di creare un legame tra il quadro della Vocazione e il secondo dipinto, San Matteo e l’Angelo, prima stesura, che fu collocato provvisoriamente nella cappella, poi venduto e infine distrutto durante la seconda guerra mondiale, a Berlino.

Finestra e presenze

La finestra svolge un ruolo fondamentale nei temi cristologici della pittura cinquecentesca, con particolarmente riferimento a quella bresciana e bergamasca. Essa è spesso legata ad elementi metafisici del paesaggio, sulla linea indicata da Leonardo nel Cenacolo, con i varchi nell’edificio, aperti sull’Assoluto. Peraltro i riquadri dei polittici cinquecenteschi spesso richiamano la facciata di un palazzo con ampie aperture alle quali si affacciano, frontalmente o di profilo – angeli e sacre figure.




Nel quadro di Caravaggio vediamo: Gesù e Pietro sospinti dalla luce nella stanza scura. Le presenze alla finestra. Gli abiti romano-ebraici di Cristo e di Pietro. Gli abiti della fine del Cinquecento – contemporanei all’autore – indossati dagli astanti. L’uomo che usa gli occhiali per guardare il denaro sul tavolo. Le giubbe colorate e i cappelli riccamente piumati dei giovani peccatori che traggono dal vizio la possibilità di vivere, per un soffio, nel lusso che, basato sul gioco d’azzardo, non si rivelerà duraturo.

Sì, le piume vibratili dei cappelli, continuamente mosse dall’aria, ma destinate a cadere o ad essere strappate durante una rissa segnalano superbia e leggerezza – che non è levità – e al tempo stesso, compensano la pesantezza marmorea di ogni personaggio. Anche attorno alla spada portata dal giovane, Caravaggio tesse i proprio rinvii. Il biscazziere-damerino segnala un nobile – Fabrizio Sforza, figlio di Costanza Colonna, compagno di di risse e di taverne a Milano e a Roma, gemello-diverso che accompagnerà Caravaggio a Malta? -o, più semplicemente, un abusivo, tanto simile a Merisi che, per questo porto d’armi, proibito a un borghese, viene indagato?




Altre “ombre di luce” probabilmente premono agli altri riquadri della finestra. Ma per poterli osservare nel dettaglio sarebbero necessarie nuove fotografie ad altissima definizione, alcune ravvicinate, altre scattate lungo l’asse centrale della cappella poste al centro della cappella, che probabilmente fu la direttrice sulla quale Caravaggio pensò la massima resa visiva.

Il potenziamento del contrasto dell’immagine consente già di cogliere ulteriori “filigrane” come ombre di passanti celesti. Somigliano a bagliori, a fronde che oscillano grattando il panno o il vetro. Qualcosa che sta, contemporaneamente, al di là e Aldilà e che, originariamente doveva essere acceso, all’improvviso, nella semioscurità della cappella Contarelli in san Luigi dei Francesi, dal gonfiarsi della fiamma delle candele e dal continuo spostamento di luce ed ombra, dal respiro oscillante delle facelle che costituivano la fonte luminosa variabile, della quale, Caravaggio, tenne certamente conto quando affrontò il dipinto. E certe deformazioni, certi colori violenti, la leggerezza delle piume, anch’esse svelate in torsione dalle fiammelle delle candele, apparivano in una discontinuità delle evidenze, portando l’occhio ad indagare. Il bianco-ostia della finestra doveva accendersi all’improvviso.

L’angelo pertanto si rilevava, al momento di massima dilatazione della pupilla dello spettatore nel candore della finestra, in un’illuminazione che mutava anche solo in seguito all’entrata di un nuovo fedele nella cappella, a causa di un minimo spostamento d’aria.

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